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Dirigente politico ucciso dalla mafia. Il delitto è rimasto impunito
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Mafia e politica nell'agrigentino
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12 dicembre 2005

Le lotte per i diritti e le vittime del movimento contadino

                                           

   Il Pci, intellettuali e lavoratori in lotta per il lavoro 
  Nel periodo in cui Paolo Bongiorno diventava attivista del partito comunista la federazione provinciale di Agrigento era retta  da Giuseppe Montalbano, di Sciacca, futuro sottosegretario di Stato. Il partito comunista, insieme al partiti socialisto e alcune parti del partito  democristiano, affrontò con vigore la lotta per la terra in seguito all'emanazione dei
decreti Gullo. Superato  il contesto storico  delle occupazioni delle terre incolte dei nobili latifondisti, la guida della federazione di Agrigento passava a Michele Cimino - già direttore del quotidiano La voce della Sicilia, in seguito direttore anche de l’Ora, collaboratore de l’Unità e di Paese Sera - al quale fu affidato il compito di guidare “la rinascita” del Pci ad Agrigento. Alle elezioni amministrative del 1946 e le regionali del 1947 si era affermato il "Blocco del Popolo", l'alleanza politica tra Pci e Psi. Notevole il successo anche in provincia di Agrigento, furono conquistate, per esempio, le amministrazioni comunali di Raffadali, Favara, Lucca Sicula, Cattolica Eraclea ed altri piccoli paesi dell'agrigentino. Ormai definitivamente sconfitto il fascismo le classe politica doveva fare i conti con la mafia. 
  Cominciò, infatti, una lunga scia di attentati e intimidazioni ai danni di dirigenti politici e sindacali che animavano la lotta dei lavoratori, molti furono uccisi, nel 1947 vi fu la strage di Portella della Ginestra. 
         
  Le lotte per il lavoro e le vittime della mafia. 
  Le elezioni del 18 aprile 1948 furono una catastrofe per i comunisti, usciti sconfitti dalle urne. I risultati erano stati particolarmente disastrosi nella provincia di Agrigento."Fui mandato ad Agrigento prima come vice-segretario provinciale, quando segretario era ancora Giuseppe Montalbano, e poi come segretario. “Avevo appena cominciato il mio lavoro, quando avvenne l’attentato a Togliatti. L’Italia fu attraversata dalla preoccupazione e dal terrore. Come tutti sanno, fu lo stesso Togliatti, intervistato in ospedale, a raccomandare la calma ai comunisti. Il rischio era la guerra civile, un terribile bagno di sangue”. Anche ad Agrigento la situazione era molto calda, “buona parte dei compagni avrebbero voluto una ritorsione violenta. Fu difficilissimo incanalare in una manifestazione pacifica la furia e la protesta della base. Furono giorni di grande ansia. Stemmo vicini ai compagni più caldi, dedicammo ore e ore per indurli alla riflessione, predisponemmo un attentissimo controllo perché la manifestazione non avesse sussulti di violenza”. “Per convincere gli aggressivi ricordavamo che il Pci non voleva essere un partito armato. Che Togliatti si era battuto per questo. Che questa era l’occasione per dimostrare con i fatti che non eravamo violenti. Ci vogliono provocare – ripetevamo – non bisogna cadere nella trappola. Sono i reazionari che vogliono trascinarci in una guerra civile: se noi abbocchiamo saremo sterminati dall’esercito. Insistevamo sulla necessità di non lasciarci indebolire e di conservarci forti e compatti per il grande lavoro di opposizione che ci aspettava”.
  A rabbonire i comunisti, si diceva, arrivò Bartali, uomo di ferro, che non aveva mai un momento di debolezza, che scalava le montagne come avesse le ali, capace di piazzare l'incredibile impresa quando ormai tutti lo davano per battuto. Storia di un uomo che placò con le sue vittorie l'ira per l'attentato a Togliatti”. (Gazzetta dello sport. Sintesi articolo del 26 luglio 1948, “Bartali vince il 32° Tour de France”. www.gazzetta.it)  
  “La verità è che il partito lavorò moltissimo per impedire una tragica insurrezione. Ad Agrigento riuscimmo ad organizzare e a guidare un grande sciopero generale in cui non ci furono incidenti gravi”. Dunque Cimino cominciò con successo l’esperienza di segretario della federazione di Agrigento, ma tra il ’49 e il ’50 sorsero dei contrasti nel Partito comunista siciliano. Ad Agrigento Cimino cercò di allontanare dalla federazione provinciale tutte le “animosità settarie”. “Mi adoperai per collegare il partito alla cultura di qualità.   Ero proprio intento a creare questi collegamenti, quando venni a sapere del complotto di Palermo. Si era creato un duro conflitto fra i dirigenti regionali – capeggiati da Li Causi e Robotti - e un gruppo di validi giovani, capeggiati da Pancrazio De Pasquale e da Pio La Torre.
  Nonostante i dissidenti “Mi gettai nel lavoro agrigentino con particolare convinzione. Le cose andavano abbastanza bene fortunatamente. Mi erano molto vicini Francesco Renda e Michelangelo Russo. Renda mi sarebbe succeduto alla segreteria di Agrigento. E poi sarebbe diventato prima senatore e dopo storico di professione. Ricordo che il suo carattere m’impressionava molto. Era un vero figlio di contadini che coltivava gli studi con molti sacrifici. In quel periodo era impegnato a confutare la tesi di Croce. Cominciò ad Agrigento quel sodalizio fra noi che si è sempre riproposto, fino ad ora, fino alla nostra attuale collaborazione per l’Istituto Gramsci Siciliano.
                   
                  Sen. Francesco Renda
  Anche Michelangelo Russo – dalle cui recenti posizioni del partito io ho francamente molto dissentito – mi si rivelò ad Agrigento come un comunista di grande valore. Sì, ho un buon ricordo dell’esperienza agrigentina. Creammo un gruppo di qualità, molto deciso, ma molto civile. (Marcello Cimino: vita e morte di un  comunista soave. Michele Perriera. Palermo, 1990. Sellerio.).
                    
                  Sen.Michelangelo Russo
  L’opposizione comunista, con la propaganda di partito e la massiccia mobilitazione di militanti, attaccava le politiche del governo su tutti i fronti. Togliatti, nei lavori del IV congresso regionale del Pci, svoltosi a Palermo il 3 e il 4 giugno del 1960, pose la questione meridionale al centro della politica comunista. Nello stesso tempo il partito eleggeva a proprio segretario l’on. Emanuele Macaluso, affiancato da Ferdinando Russo, Feliciano Rossetto, Napoleone Colajanni e Mario Ovazza.
 
Per il partito di Togliatti in Sicilia dunque, anche stavolta, la scelta dell’idea gramsciana seguita sin dall’organizzazione delle occupazioni delle terre incolte dal ’44 al ’50. La questione meridionale ma soprattutto l’egemonia culturale al partito. L’intelletuale Macaluso sostituì il pragmatico Li Causi e ad Agrigento l’intellettuale Cimino sostituì il pragmatico Giuseppe Montalbano. Egemonia culturale del partito dunque, in un contesto tutto siciliano in cui la cultura ancora oggi, deve  fare i conti con una società che versa in un progressivo decantentismo politico e culturale.

La "nota orientativa" del prefetto
sulla figura di Paolo Bongiorno


Le lotte per il lavoro e le vittime di sinistra

LA FAIDA DC NELL'AGRIGENTINO





permalink | inviato da il 12/12/2005 alle 10:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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